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Il Jazz non è più musica di "nicchia"

Redazione
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People at Eddie Lang Jazz Festival

Come spiegare la proliferazione in tutta Italia di eventi e serate Jazz? È il jazz che va di moda o sta cambiando davvero qualcosa nella cultura musicale del nostro Paese? Una cosa è certa, non si può più parlare del jazz come di una musica di “nicchia”, per pochi “eletti” o per esperti in materia.

Lo sviluppo di internet e di siti come “youtube” hanno contribuito a diffondere sempre più un genere fino a qualche anno fa appannaggio di una piccola cerchia di pubblico. Ma non sono solo le nuove tecnologie ad aver regalato al jazz un ruolo di primo piano nel panorama della musica italiana. Il merito più grande va attribuito a tutti gli appassionati che hanno saputo organizzare e promuovere per anni eventi dal vivo di respiro internazionale come “Umbria Jazz” o lo stesso “Eddie Lang Jazz Festival”. Centinaia di concerti e una passerella continua di decine di artisti ogni anno di ottimo livello non potevano non lasciare il segno. Eventi che hanno contribuito ad aprire nuovi scenari e a creare nuovi “mercati”. Un’eredità raccolta, poi, dalle scuole di formazione e dai corsi di perfezionamento. Anche i Conservatori, alla fine, si sono adeguati.

Ma forse c’è dell’altro: l’accelerazione nella diffusione del jazz è sicuramente legata allo spirito che c’è dietro quest’arte; una libertà di espressione che stimola i nostri sensi e che ci avvicina probabilmente verso quello che dovrebbe essere il vero obiettivo della musica: emozionare. Mi piace pensare al jazz come un genere che incarna perfettamente il concetto di “genio e sregolatezza”. Una musica che parte dalle basi classiche dell’armonia e che amplifica, a volte fino all’eccesso come nel bop e nel free jazz, l’improvvisazione. Tutto questo ha portato negli anni a cambiare la mentalità verso il jazz. Se ne è accorta anche la musica “commerciale” e molte case discografiche spingono gli artisti verso contaminazioni jazz, mentre sulle radio, il monopolio del Pop e dell’Hip – Pop, comincia a vacillare. Sono sempre di più i giovani artisti della musica “leggera” influenzati dal jazz, in particolare dal periodo della Swing era e delle big band, con arrangiamenti che riscoprono l’uso dei fiati.

Un mio vecchio professore al Conservatorio diceva che, quando nella musica non c’è più niente da inventare, bisogna guardare al passato. I festival, come l’Eddie Lang, sono diventate anche palestre, con concorsi, opportunità di formazione e didattica e il futuro del jazz è nelle mani di una nuova generazione di artisti che sta nascendo e che ha raccolto il testimone.

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