
Madison Square Garden, New York. Il "Peter Brötzmann Chicago Tentet" apre per i Sonic Youth davanti a decine di migliaia di spettatori. Ad un certo punto, qualcuno si lamenta per il volume spropositato di Brötzmann rispetto a quello del resto del suo Tentetto nel mix generale. Il fonico dei Sonic Youth alza lo sguardo dal banco ed esclama "ma è l'unico che non è neanche amplificato!".
Questa storia è REALE.
Peter Brötzmann ride o si spazientisce quando arriva in un club ed ancora una volta è presentato nei poster come "the loudest saxophone in the world", tuttavia è la verità. Casomai, c'è qualcosa che questa presentazione solo "muscolare" dimentica, ed è il suo lirismo unico, personale, che può rimandare solo ad Albert Ayler a cui non a caso il nostro dedica non un disco, ma l' intero progetto "Die Like A Dog".
Uno dei progetti più importanti di Brötzmann, portato avanti per anni assieme a William Parker ed Hamid Drake, prima che quetsa sezione ritmica decidesse consapevolmente di virare verso suoni più morbidi ed accessibili. E, assieme all altro caposaldo della sua discografia "Last Exit", (la band formata e firmata da Bill Laswell che per prima ha tentato un avvicinamento del jazz alle forme ritmiche del rock) uno dei progetti per i quali Brötzmann è più conosciuto.
Musica di frontiera, mai facile perchè chiede allo spettatore attenzione e partecipazione. Se l'ascoltatore si apre e la fa entrare, la musica di Brötzmann è carica di energia, sorpresa e dionisiaca vitalità. Se lo spettatore resiste , sarà percepita come un assalto ed una minaccia all'ordine precostituito. Brötzmann è portatore di una musica che negli ultimi anni nel mondo si sente sempre meno. E lui stesso in tante interviste dichiara che vorrebbe vedere più musicisti giovani che lo spodestassero da questo presunto trono di grande musicista arrabbiato, ma ovunque guardi, vede sempre di più solo voglia di certezze e piattume.
E così è proprio la voglia di tornare a sfidare un pubblico sempre più appiattito sulle proposte poco coraggiose degli ultimi anni, che fa decidere a Brötzmann di fondare una nuova formazione con una sezione ritmica che ha la metà dei suoi anni, e che ha le radici non solo nel jazz ma soprattutto nelle musiche più estreme degli ultimi anni, dal grind-core alla musica industriale.
Decide così di chiamare il batterista norvegese Paal Nilssen-Love, considerato da molti la più grande novità del suo strumento da almeno dieci anni a questa parte, e Massimo Pupillo, bassista italiano con cui aveva già collaborato live con gli Zu. La sezione ritmica si conosce già, per aver collaborato nella formazione "Original Silence" assieme a Thurston Moore e Jim O' Rourke dei Sonic Youth, e poi di nuovo nel trio OffOnOff con Terrie Ex alla chitarra.
Paal è figlio di un gestore di un Jazz Club a Stavanger, Norvegia. Il mito vuole che si sia seduto alla batteria per la prima volta all età di UN anno! Sicuramente a 4 anni ne possedeva già una. Probabilmente non ricorda neanche di non aver mai suonato. Ma sicuramente ricorda il "no" detto a Jan Garbarek che gli offriva un posto fisso nel suo gruppo. E' qualcosa che pochissimi musicisti oggi avrebbero fatto, rifiutare un offerta di quelle che ti mettono a posto per la vita, lavorativamente parlando. Ma Paal è così, un batterista (e prima di tutto un musicista) con una sua visione ed una sua missione, uniche.. e molto evidenti quando lo si sente suonare. Affronta la batteria come un compositore affronta lo spartito.
C'è qualcosa di esplosivo quando le pelli di Paal incontrano le corde di Massimo. I due lo sanno, e ne fanno tesoro. L'alchimia dei tre musicisti è il punto di incontro di culture, tradizioni musicali, linguaggi completamente diversi , ed allo stesso tempo, un'urgenza, una visione del mondo condivisa che si traduce in una musica del tutto coerente e che richiede molto, sia al performer che allo spettatore: dimenticare i linguaggi prestabiliti, superare i paletti e le proprie sicurezze, e buttarsi nella piena della musica, con la certezza che sarà un mare impetuoso che nasconderà numerosi tesori sotto la superficie.
Una performance di circa un'ora, spesso racchiusa in un solo lungo brano o due al massimo, per non disperdere le energie che si creano, un linguaggio in cui l'interplay dei musicisti è sempre al servizio del tutto e non c'è la ricerca del solo e del virtuosismo come sfoggio di tecnica o di maestrìa strumentale. I progetti di Brotzmann sono sempre quanto meno "granitici", come la sua persona: niente fronzoli, molta sostanza. Il che si traduce in una quantità di informazioni, contenuti, sfumature, scelte improvvise, esplosioni e riflessioni sostenute dall intero gruppo e bastate sulla composizione istantanea, piuttosto che sull'improvvisazione. Una differenza non da poco.
Si tratta di fornire il giusto carburante a sostenere una visione il più chiara possibile. Una visione sia politica che spirituale che si riallaccia necessariamente al linguaggio del freejazz, alle lezioni di Coltrane, ma che non vuole diventare un museo.
Brötzmann sa che quando la musica diventa mera esecuzione, viene semplicemente messa in uno scaffale con una targhetta che la descrive, e perde il suo scopo di vita e la sua efficacia. E' da circa 40 anni, è con tutte le sue forze che cerca di evitare tutto questo.
Se è considerato il padre del freejazz europeo, quindi un linguaggio che prescinde totalmente dall aspetto di intrattenimento proprio della radice americana, è d' altra parte anche il primo artista in europa ad aver fondato una propria etichetta, la celebre FMP, per produrre i suoi lavori senza nessuna ingerenza da parte di produttori o finanziatori. Ed essendo anche un pittore con una carriera totamente avulsa da quella musicale, con mostre e cataloghi al suo attivo, spesso si è anche fatto carico dell aspetto visuale dei suoi lavori. Un artista totale, quasi un uomo del rinascimento trapiantato in un altro spazio ed un altro tempo.
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